Antologie

Profondità

Buco.
Un buco profondo in mezzo
al nulla impallidito
di un’iride sciolta:
se guardo nei tuoi occhi,
io non esisto più.
Mi perdo nel male della mia disperazione,
perché so che per te
io sono soltanto un numero,
uno dei tanti incontrati nella tua vita.
Se mi resta un precipizio su cui affacciarmi,
voglio che sia il tuo cuore:
voglio poter capire che cosa vuol dirmi
quel buio sciolto ed affiorato dalla terra in me,
ed io che resto vivo,
anche se sono vivo per metà età,
quell’età precaria d’ognuno di noi,
che cerca un riscatto nella vita.
Ed ora, affondo nella cartilagine
delle tue ossa rubate al feto della nascita,
come se fossi un individuo asessuato,
che si crea e ricrea perché ama ed odia la vita,
così come fa il seme con la pianta.
Perché essere così sudicia nei miei confronti?
Perché non poterti mostrare cosa ho dentro?
Non c’è nulla di male a rinascere:
ma fa male sapere
di poter morire una seconda volta.

Tratto dall’antologia del Premio letterario “Marguerite Yourcenar 2007”, edito da Montedit.



Alla Birmania

Tu mi hai detto
che la tua vita
si può leggere in un
pezzo di carta:
lo stracci o lo butti…
sempre,
un giorno,
si straccerà.
Così mi vedo,
a ricordo di quello
che sto vedendo.
Io sto vivendo
in una buca,
nell’acqua,
nella nostra amica morte.
Richiamo
mia madre e mio padre
alla terra
e lotto per sentirmi
parte di una
goccia d’acqua,
di una lacrima
imminente nei cannoni.
Mi ricordo l’attimo,
mi ricordo la voce…
e il dolore.
Mi ricordo il fiume
e quel sangue dei miei cari.
Noi siamo figli della terra,
e viviamo nella terra,
perché è l’unica  che
si scalda e raffredda…
mischiandosi con l’uomo.

Tratto dall’antologia del Premio letterario “Il Club degli autori 2007-2008”, edito da Montedit.



Pirata
Da sempre vedermi così.
Basto a me stesso
e guido la nave oltre l’immaginabile.
Teso ed inquieto e spinto oltre la vita,
la vita fatta di leggera nausea
e dell’urlo di Nettuno nelle orecchie.
Nessuna scorribanda,
nient’altro che navigare e mangiar pesce.
E’ il mio senso di pace,
anche se la pace non esiste in nessun luogo.
Come le onde si scontrano e cambiano il loro corso,
come i pesci che si nutrono d’altri simili,
come tutto il mare che ti inghiotte,
non c’è mai pace neanche qui.
Comunque sia la tua solitudine,
è tutto ciò che ho assorbito da anni,
e che non lascerei mai.
Ogni volta che questo grande padre ti culla di notte,
quando dopo la tempesta si scusa con l’aurora rossa,
quando ogni boccone è come se fosse l’ultimo,
quando l’aria ti sparpaglia i capelli per svegliarti,
quando ti distruggi da solo…
non desidero altro che questo.
Non mi manca la terra.
Voglio solo sentire,
al mio ritorno,
l’umanità,
nelle ali di un gabbiano.

Tratto dall’antologia del Premio letterario “Concorso: VI Edizione del Premio di Poesia : – Città di Terni ”G.L.G. BYRON”- Festa delle Acque 2008, edito da Montedit.



Ritratto

Canto di un’ombra
e uno specchio
ad ascoltare.
Su una barca
come sul palmo di una mano.
Sto guardando insieme
a milioni di occhi
un cielo crespo
e terrificante
come nei pensieri dei martiri.
Quell’ombra che ti accompagnerà
per tutta la vita,
ti costringerà
a vedere sempre oltre le cose,
il superficiale,
con un occhio cinico
e delirante,
con l’espressione del tuo viso
corrucciata
e sdegnata.
Ti chiederai come fanno
a vivere nel trapassare delle ore,
non vive e rarefatte.
Ti chiederai se guardare
il tuo viso nello specchio
sarà bruciare i tuoi lineamenti,
e chissà…
se ti farai schifo per come sei
diventato.
Ma l’ombra è sempre là:
a guardarti negli occhi.

Tratto dall’antologia del Premio letterario “Poeti dell’Adda 2008”, edito da Montedit.



Luna

Ho visto la Luna
sorgere,
in un vecchio buco di cenere
fino a diventare una lingua
di vecchie mani callose
con la luce nel vino delle vene,
come se avessi sentito
in me
e in quel momento
lo squallore di ogni cosa.
L’ho vista lontano
come un regalo di Dio,
mentre niente era mosso
e mentre tutto crepitava
al di sotto della normalità.
In un buco di realtà
in cui credi
di non poter avere un sovraumano,
ho visto la Luna dietro una lingua
di ferro ghiacciato lucente,
un filo di gomitolo appiccicato alla luce.
Ho dimenticato d’essere umana in quel momento.
E mentre saliva verso la nebbia,
prima che scendessi
pesante sui sassi,
l’ho veduta ancora, con gli occhi puntati su di me,
dietro al luccichio della palude del mondo.
Ho visto la Luna.
Sorgeva…
Sorgeva dall’altra parte del cielo,
ed io che guardavo e alla fine mi sono fermata.
Lo ricordo.
Mi sono fermata…
Nell’iride del cielo.

Tratto dall’antologia del Premio letterario “Il Club degli Autori 2008-2009”, edito da Montedit.



Cera…faremo!
(un nuovo mondo)

Fresco d’avorio e il sole alla finestra.
Un bel po’ di colori a cera,
e hai creato un bambino;
ti sporca tutta la casa
volteggiando e correndo
con il pastello cerato,
come un coltello serrato
alla parete.
Cera di vischiume
la formula della Befana
per volare,
scale di bitume
e i parassiti sorridenti
che al bambino non parlano più.
Eppure il bambino corre,
fa i complimenti al cielo
per renderlo limpido.
Nessuno piange oggi:
abbiamo un’altra stanza
da colorare.

Tratto dall’antologia del Premio letterario “Città di Melegnano 2009”, edito da Montedit, 2009.



Merlino moderno

I merli dei palazzi
ora risuonano nelle mie orecchie,
e il pendolo fa oscillare la lettera
che ho scritto a me stesso,
e scaccia quelle parole intrise nella carta
come fossero d’acqua,
e scivolano su un piano di ferro,
provocando solchi improvvisi,
dei fulmini,
delle sembianze,
dei vagiti nelle rughe della mano.
I merli dei palazzi
devono costruirsi ancora:
sono fatti di canapa,
di anidride carbonica,
si incendiano al minimo dubbio,
come se avessero paura di scoprire
di cosa sono fatti.
I merli del castello
hanno architettura definita:
per chi ci guarda da lassù
siamo come soldati invadenti,
formiche su un tronco,
lamenti di un mondo
sprofondato in una parola,
che per noi
non ha mai significato
amore per il prossimo.

Tratto dall’antologia di Poeti contemporanei “Dossier Poesia 2010”, edito da Book Editore, 2010.



Abra Cadabra

Ho le mani intessute di fortuna.
Un mucchio di coccinelle rosse e nere,
dei piccoli diamanti smerigliati
che i miei occhi cristallini dal pianto
guardano con ammirazione,
nel fumo del buio della stanza,
un fumo che viene dalle mie fantasie,
dalle farfalle che svolazzano
intrise del fumo dei sogni;
perché di quello sono fatte:
di fumo dei sogni.
Il fumo bianco in cui le farfalle si colorano,
le coccinelle volano ad abbracciare
i muscoli delle braccia,
a rivestire di crudo amore
il brutto che sempre qualcosa di bello
serba nelle proprie anime volanti.
E restano lì quei diamanti
a muoversi sulle dita,
non si sentono neppure:
è tutto un respiro,
è tutto pura magia.
E’ tutto oltre l’illusione.
E’ la mia follia
che il fumo intesse
per non farmi accorgere
che tutto parte dalla mia mente.


Giubileo

Quella voce è come
le foglie del vento che perdono rugiada;
si scioglie l’acqua piano piano
e cade giù,
come si tuffi qualcuno in un lago,
all’indietro,
per entrare a far parte di una materia malleabile.
Quella voce è quella che sussurra nel vento
parole che non abbiamo mai sentito,
dell’acqua che non abbiamo mai bevuto
è rimasto il sapore in gola,
e quelle stesse identiche foglie
scompaiono una mattina
e cadono per terra
come le medesime lacrime
che le hanno lasciate prima.
Quella voce è come stesse
in una caverna
nel ventre delle mani del vento,
lo stesso vento
che ha fatto cadere
le foglie e le lacrime,
le voci e le gioie,
le violenze e le peregrinazioni
in una terra che non si conosce.
Quella voce è simile a noi,
vive con noi
e fa scudo a noi,
senza volere nulla.
Non voglio nulla:
nient’altro che te.


Guarda la notte

Non c’è altro che un nome
sulla soglia del vivo.
Accredita l’essere vivi come
una goccia di sudore bollente.
In un inverso di notte
la più oscura mania d’onnipotenza,
la più oscura parola
ferma ad ascoltare
le lacrime
che non possono uscire.
E’ troppo presto per parlarti di me.
E’ troppo un tempo di spine,
di dolori vicini a me,
come un cane randagio che mi sta a fianco.
E’ così che guardo le stelle, io:
e mi sembra ogni volta di capire che,
come esse si tuffano
in quel minuto
oltre la mia vista,
ci si tuffi dentro anche il mio cuore.
Sparisce,
ed è distante.
Ma nel momento in cui lo cogli,
la scia è già sparita.


Il castello dei draghi

I cancelli degli Dei
sono pieni di ambra e di porpora.
I vassalli del mio re
si sono ammutinati
perché hanno visto l’aurora,
un’aurora intrisa di insoddisfazioni.
Il mio re si è addormentato
credendo che la luce lo potesse accecare,
ed ha sentito sua moglie
andarsene.
Gli eserciti sono a casa,
non vogliono più combattere
per l’egoismo di uno,
sputano in terra vedendo il palazzo lontano,
troppe umiliazioni immutate.
Volgi il tuo capo a me,
il tuo re, diceva.
Ora quel re dorme,
dorme e non può sentire il disprezzo
che tutti hanno per lui.
Ed io,
che sento il vento fresco
delle gole del mio regno,
ora me ne andrò via,
e pregherò che l’umanità,
in futuro,
si ricordi di cosa ha avuto
e desideri un’aurora migliore,
non più nera e fosca
come quella in cui abbiamo vissuto.

Poesie tratte dall’antologia dai Quaderni di poesia “Il Calamaio 2011”, edito da Book Editore, 2011.



Il mio tempo

Non vedo più lacrime
da molti secoli.
Vedo inverni e carta di porpora
dentro di me.
Un necrologio
al calore dei miei anni più neri.
E’ fulvo il mio cammino,
ha il colore dell’olio bollente,
la vita che ti scotta nel petto.
Sei imbastardito,
sei un bastardo che annusa,
annichilisce,
spiegazza la carta d’identità
e la getta in aria,
sputa il veleno dal petto.
Mi sento come una pittura ad olio
che impasta la sua essenza,
e scolorisce davanti agli occhi degli altri.
Non  ho più lacrime perché
leggo il mio tempo:
sono un veggente che vede nell’aria
la prossima discinta bugia,
l’ennesima carne sul fuoco.
Non ho più lacrime perché
credo di vedere quello che mi spaventa:
la stupidità che sa tanto di cattiveria.


Immagine del cuore

Il brusio del silenzio
disturba solo i luridi di cuore.
Un sentenziare del battito cardiaco
che fa breccia nelle orecchie:
sale,
sale fino in cielo,
e poi riscende
sul ramo più alto,
sulla collina più lontana.
Risiede nel foro della mano
la sofferenza di un Nome distante,
di una cicatrice sul petto,
di un altro giorno che fa fatica a passare.
Il brusio del vento
canta come non ha mai fatto.
Fa poco rumore
e spande verso altre colline,
e studia il cuore invernale
fino a che non si ghiaccia,
si spegne
ed allora sì che nessuno ha più speranza.
Il brusio del cuore
è un attimo meraviglioso,
è la vita che sta dentro di noi,
e che in fondo,
come l’amore,
ha strade strane,
ma molto ben disegnate.


Il tempo in cui vivo

Quando cadrà anche la più bella,
la più storica delle nostre città,
quando la gente verrà uccisa,
calpestata,
quando il popolo capirà
che non vuole essere ingannato,
quando anche il Partenone del mondo
cadrà sotto il peso
del denaro che non c’è,
l’alba si vedrà,
sarà rossa di occhi stanchi,
sarà ambrata di statue inesistenti,
sarà un formicaio
in cui  il popolo in rivolta
verrà guardato dall’alto.
Quando la gente si ribellerà anche a questo,
a  questo tempo perennemente fermo,
gli eserciti capiranno,
si impietosiranno,
ma non avranno armi,
avranno la sola disperazione.
Quando anche il culmine del terreno più brullo
cadrà a picco,
il Vello d’Oro verrà inseguito da molti,
i cittadini che non cresceranno,
i vecchi stufi dei soliti sospiri,
i giovani e gli adulti stanchi delle bugie dei loro re,
allora forse accadrà
che la catena si spezzerà.
Forse un domino
che può far nascere altre verità,
che può far smuovere dal cielo la neve
che non scende da tempo
su terreni che hanno il fuoco in loro.
I troni non durano in eterno:
ridateci la dignità del nostro popolo!

(Alla Grecia, ottobre 2011)

Poesie tratte dai Quaderni di poesia “Il Calamaio 2012”, edito da Book Editore, 2012.



Immagine

Credo che a volte
un’immagine,
nel mondo,
fermi tutti i pensieri
e la noia che portano.
Un lampo leggero,
una pittura cinematografica,
un bastione contro
il cielo che brucia invadente
nelle nostre giornate.
Non ticchetta più l’orologio,
si ferma tutto,
scandisce un istante vicino alla luce
dell’iride dell’occhio immaginario.
Non si vede ma è una visione.
Viene fuori da piccole cose,
e scoprire tanto spesso
che una situazione come questa
possa accadere
nel momento in cui
apri la porta,
quaggiù.


Anime nel cielo

Forse l’anima smista
quello che vede
in tanti piccoli granelli di luce
che spaventano il buio.
Il buio copre gli occhi con il braccio,
si abbranca il viso con le mani,
piange il buio,
e le scaglie di luce fluttuano verso di noi.
Siamo tante nel cielo,
si perdono i nostri pensieri,
non siamo di lamiera
come ciò che vogliono farci diventare,
abbiamo cuore da vendere,
amore immenso che non viene da noi.
Il Signore ha detto:
non sarai solo mai,
ed io credo in questo.
Il perché siamo così piccoli,
questo ancora non  lo ricordo,
ma so che nessuno può impedirmi
di viaggiare nel cielo.

Poesie tratte dall’antologia di Poeti contemporanei “Poeti Italiani nel Mondo 2012”, pubblicazione bilingue, edito da Book Editore, 2012.



Dama di Luna

Parla,
Dama di Luna,
come non mi hai mai parlato.
Parlami perché
ho bisogno dei tuoi raggi,
perché vivo la notte come
un intero giorno
di seguito all’altro,
come un sonnambulo che sogna
ad occhi aperti tutta la vita.
Un sogno di gesso,
fermo,
che tace in fondo allo stomaco,
i sentimenti dove non li puoi
più toccare.
Rinfrescami Dama
perché sento una vita insopportabile
vicino alle grida del mio cervello.
Ho ancora aghi spinati negli occhi,
perché il soffrire non è sottinteso,
non il mio.
Non voglio più soffocare e voltarmi,
l’indietro è sempre avanti in me,
e ancora convivo con questo eco.
Parlami Dama,
perché voglio sentire ancora
i raggi di un sole
che domina la notte
verso quei sentimenti
che i vivi mal possono sopportare.


Crepuscolo

L’oro nel mezzo di un vincolo
si tramuta in strana vicenda.
Correndo verso i mille anni che ho visto,
il cuore mi si è spaccato più volte.
Cresciuti intorno a noi,
non vediamo altro.
Increspati e soli come l’acqua del mare
ci inginocchiamo verso l’alba.
Toglierti di mezzo
quel poco che hai,
una brutta zavorra,
ci vogliono anni.
Credimi,
io non temo la vecchiaia:
ho la giovinezza in pugno.

Poesie tratte dall’antologia di Poeti contemporanei con un’appendice di Poeti classici e un omaggio a Giovanni Pascoli “Il Mondo della Poesia”, volume scolastico, edito da Book Editore.


H. C. Andersen

I battiti di ali nel mio cuore

sono come tanti soldati

che viaggiano nella polvere del cielo.

Si mischiano con le marionette

che impastano la vita quotidiana,

la rendono meno nitida,

la confondono,

e dalla confusione viene la fantasia.

Nulla è più uguale,

il reale è schifo,

il sudiciume delle strade diventa tanta,

tanta erba profumata,

e i bambini e le madri sono felici lì,

dove vedo le parole che ho in mente:

parole che scrivo, parole che vedo,

e persone, e soldati,

e bambine pezzate nei vestiti,

fiammiferi e fuochi,

ballate di poveri indigenti

con principesse d’altro mondo.

E’ questa enorme tristezza che serbo vicino

quando vedo i tuoi occhi…

E’ diventato un cammino,

un cammino pieno di uomini uguali

in equilibrio su una gamba sola.

Poesia tratte dall’antologia di Poeti contemporanei “Poeti Italiani nel Mondo”, opera bilingue, edito da Book Editore, 2012.


Fermati!

Fermiamoci un attimo a parlare.

Ti dico dei miei affanni,

già li conosci.

Mi dici di cosa vedi,

strappi le mie confessioni,

mi chiedi perché ho smesso.

Tienimi perché cadono le pietre dal soffitto,

tienimi perché altrimenti la paura mi risveglia,

tienimi perché nessuno ci riesce.

TrattieniTi,

non tornare per adesso,

credo che tanti vogliano il Tuo sguardo,

una Tua parola,

un grido.

FermaTi a chiacchierare qualche volta,

non ho molto da offrirti

ma mi piace parlarTi.

FermaTi se vuoi,

io ti lascio in pace,

non Ti chiedo nulla,

se vuoi puoi riposare,

le prendo io le spine al posto Tuo.

Ho il silenzio per tempo,

ho il tempo per lettera da indirizzarTi,

ho lo sguardo fisso su di Te.

FermaTi: oramai puoi.

Poesie tratte dall’antologia di poeti contemporanei  “La Poesia nel Presente”, volume di supporto per le scuole, edito da Book Editore, 2013.


Dio

 Papà col barbone.

Papà seduto sul suo trono

senza nessuno intorno

a fargli compagnia;

Michele si è lasciato andare

ed è fuggito a visitare

il Purgatorio,

come a volersi punire.

Papà che sta fermo,

ha qualche lacrima fissa fra le ciglia,

sente che la carne umana

sta andando a male.

Un grido, un lamento,

un grazie, seppur stanco.

Papà che passeggia su Marte,

prende la polvere di Plutone,

mischia le costellazioni.

Papà che vola nella luce dei giorni impalpabili,

come le diverse dimensioni

che non possiamo vedere.

Sembra stanco e sempre vecchio,

abbattuto,

non ha frecce in mano,

la coscienza ferma a capire il senso,

il senso profondo del soffrire così da secoli.

Ritorna sul trono

sempre più scomodato,

non riesce più a dormire.

Gli occhi umidi.

E’ nata una nuova creatura giù da noi.

Papà sorride.

Michele torna al suo posto.

Possiamo ancora sperare,

dicono:

possiamo sperare in loro

già dal primo vagito.

 

Sacerdotessa

 Il mio cuore è stato spezzato

da visioni che gli attimi mi portano.

Mi incantano come il sibilo del vento

che schiva le numerose cortecce nei boschi,

quando il filare della luce dei tempi che passarono

si tramuta nella lingua che tutti oggi parliamo

e nei gesti che ogni persona fa perdurare.

Il mio cuore è stato investito di lacrime

che la pioggia mi porta dalle nubi,

e si è increspato come il mare

che porta i vichinghi a reggere le loro conquiste.

Il mio cuore è fatto d’argento

come i riflessi della neve sulle montagne

da cui scendono i lupi

quando la luna s’ingrossa,

tace e sbadiglia,

nascondendosi dietro la nebbia.

Gli spettri sono di questa terra,

l’alito gelido fa parte delle nostre ossa,

il marchio delle genti mischiate in grandi folle

è nella nostra natura.

Ho il cuore vissuto,

ho l’anima camminata,

ho l’età di una giovinezza sofferta,

ho la memoria di quello che saremo in futuro.

 

L’appeso sul muro del cielo

Sono un condannato che sta attaccato alle nuvole,

tra la linea di demarcazione che stinge la vita

e le dona il colorito dell’Aldilà.

Sono un uomo sudato e sporco di sangue,

i capelli gli ho appiccicati alla faccia,

non faccio la barba da mesi.

Sto qui fra le nuvole e il basso è così lontano,

sono miglia più sotto le persone,

ed io sono appeso alla catena,

cado giù come un pendolo fisso.

Nonostante abbia vestiti moderni

sono sicuro di aver vissuto molto più indietro,

quando ancora il sapore dell’acqua era vero e le parole,

anche le più rigide,

erano limpide come poterle guardare

attraverso un filo di ghiaccio agganciato al soffitto.

Stalagmiti nel mio cuore,

lunghe file di bava inutile,

bava sprecata in discorsi vari e vani.

Oscillo come fa un anello attaccato alla catenella d’oro,

ho l’amianto nei pensieri:

si incendieranno presto.

Vedo oltre e più su della nebbia,

vedo come un falco che vola da anni,

laggiù, verso il bruno degli occhi

che si chiudono per la mancanza d’aria.

L’impiccato ha un sapore diverso,

l’uomo penzoloni si è costruito una gabbia,

l’uomo ha inteso male.

E sono certo gli uomini ad avere una bugia in testa:

la morte, e annullano la vita.

Il dondolare ha un sapore diverso oggi.

Credo di avere visto un volto nel cielo.

Io non penso che si vedano i miracoli,

ma credo che dovremmo imparare ad ascoltare il silenzio del cuore,

quel buco interiore,

quel miracolo interno,

quell’alba dentro di noi,

quel nostro modo di essere

che si avvicina tanto alla pietà

che i carnefici dovrebbero avere

verso le loro vittime.

Poesie tratte dai quaderni di poesia”Il Calamaio 2013″, edito da Book Editore, 2013.


Guardare la notte

Non c’è altro che un nome

sulla soglia del vivo.

Accredita l’essere vivi come

una goccia di sudore bollente.

In un inverso di notte

la più oscura mania d’onnipotenza,

la più oscura parola

ferma ad ascoltare

le lacrime

che non possono uscire ora.

E’ troppo presto per parlarti di me.

E’ troppo un tempo di spine,

di dolori vicini,

come un cane randagio che mi sta a fianco.

E’ così che guardo le stelle, io.

Mi sembra ogni volta di capire che,

 come esse si tuffano

in quel minuto

oltre la mia vista,

ci si tuffi dentro anche il mio cuore.

Sparisce,

ed è distante.

Ma nel momento in cui lo cogli,

adesso,

la scia è già sparita.

 

Merlino moderno

 I merli dei palazzi

ora risuonano nelle mie orecchie,

e il pendolo fa oscillare la lettera

che ho scritto a me stesso,

e scaccia quelle parole intrise nella carta

come fossero d’acqua,

e scivolano su un piano di ferro,

provocando solchi improvvisi,

dei fulmini,

delle sembianze,

dei vagiti nelle rughe della mano.

I merli dei palazzi

devono costruirsi ancora:

sono fatti di canapa,

di anidride carbonica,

si incendiano al minimo dubbio,

come se avessero paura di scoprire

di cosa sono fatti.

I merli del castello

hanno architettura definita:

per chi ci guarda da lassù

siamo come soldati invadenti,

formiche su un tronco,

lamenti di un mondo

sprofondato in una parola,

che per noi

non ha mai significato

amore per il prossimo.

Poesia tratta dall’antologia “Letteratura Italiana Contemporanea-Antologia del Nuovo Millennio”, volume di poesia,edizioni Helicon, 2014.


Giovani invisibili

Parlano vicini

al crepuscolo,

si scavalcano a vicenda,

corrono più veloci per non riconoscersi.

Copiano sempre i nostri scritti,

le nostre voragini,

le nostre donne uterine e sconfitte.

Il crac dei rami nel timpano più vicino.

La luce dell’alba e del pomeriggio

che parla svelta

attraverso le nostre gambe.

I nostri bambini sono nati,

le nostre terre sono sfinite,

il nostro futuro si è coperto di grida,

le grida che abbiamo sfamato correndo.

Poesia tratta dall’antologia “Agenda 2016”, volume di poesia e narrativa, edito da Ibiskos Ulivieri, 2016.


LA LUNA

E tu,

che da lassù mi guardi

e mi provochi i gemiti della morte,

di un amore per la vita

che sa di tortura,

e la torturata sono io,

dai miei ricordi.

Tu,

che tutta integra,

sorridi cangiante e limpida,

come un arcolaio per il fuso

mi sei fondamentale.

 

NOTTE

Come Leopardi,

io dipingo la luna e la sera

a mio piacimento.

Quest’aria di miele

e di dolci volatili notturni

che pigolano come pulcini

nell’immensa notte che sa di bellezza,

di aria fresca.

Il tramonto dell’orecchio

verso i rumori più nuovi.

Sa tutto di Aldilà,

di quadro appeso in alto

e la luna è il chiodo

alla quale siamo tutti appesi.

Il fulcro di tutto

è la luna che sa di Madonna,

di miracoli e segni di Dio

nella nostra vita, sempre,

perché il nostro cuore

non sia mai fermo.

Quella sottile paura

di conoscere l’Infinito

e perdersi nella sua luce.

E’ la notte,

amica mia, che sta sveglia,

osserva tutto ciò che ha intorno

e che sta al chiodo come un dipinto.

Come i quadri quando stanno silenziosi

ad ascoltare chi non li osserva.

Come i quadri,

quando pensano,

e sanno di non essere guardati.

 

I RIFLESSI

Ho corroso il mondo

per arrivare a te.

Ho sprecato il cuore e si è asciugato.

Ho torto il collo alle pozzanghere

a furia di vederci il tuo riflesso.

Ho camminato sopra fili millenari,

sperando di poterci cucire qualcosa

che non è mai stato compiuto.

Ho stretto il tuo amore

e ne ho fatto fogli di carta.

Ho sentito la tua voce

ma il mio richiamo si è perso nelle gole:

non è tornato indietro

dopo tanto gridare.

Ho avuto muri per tutta la vita,

ma sono felice che l’ultimo ostacolo

non sia stato il tuo ricordo.

 

COME I GATTI SULLE FOGLIE

I canti della Domenica si perdono in un raggio fisso,

fermo su vite di altri,

colte da un crocifisso che sta silenzioso fra il muro e la casa,

senza disturbare.

Mi vedi attraverso il vetro?

Mi senti attraverso la rarefazione dell’aria?

Mi percepisci che dormo qui fuori

senza che tu mi senta e mi apra?

Mi capisci se ti vedo dietro un muro di grosse pietre

che ti stanno sul cuore

come dei massi che tu stesso non capisci?

Come i gatti sulle foglie gialle invernali

si atterrisce il momento della vita

nella tranquillità di una Domenica.

Il colore di quelle foglie

e i piccoli passi fatti a pezzi

nel seguire una persona d’interesse.

Così, come i gatti sulle foglie io guardo quei colori

avvertendo che nulla nella vita è piatto:

è tutto spettacolare,

un raggio di luce fissa su ognuno di noi.

Ma la tenebra fa parte di questo mondo.

Mi interrogo da pochi mesi

sul perché la mia vita scorra nella fortuna,

nel vedere lo straordinario in tutto,

nei brividi che un comportamento originale,

unico come un’unica elemosina,

possa generare così tanta felicità.

La felicità non ci basta mai,

svanisce come un brivido di paura,

si insozza sguazzando nella nostra tristezza,

la tenebra la avvolge e la dimentichiamo.

Come un gatto voglio essere,

come un gatto sulle foglie,

quelle gialle autunnali che sembrano petali di fiore,

poggiata in quello che non è usuale

anche se lo vedi tutti i giorni.

Una macchia voglio essere,

una macchia fosforescente,

non mi accontenterei di essere una macchia qualunque.

Una macchia di colore differente

che fa comunque parte della natura.

Come i gatti sulle foglie,

vorrei essere un punto in mezzo al giallo,

che stacca e stupisce chi lo guarda

pur sembrando perfettamente normale.

Come un gatto tra le foglie che arriccia la coda,

come una statua antica.

Così voglio essere: impercettibile,

pur essendo chiara e ben visibile.

 

DA LONTANO, IL GOLGOTA

Lassù,

in alto,

dove non c’è niente,

un’aura di sangue

e un lamento lontano

che viene dal ventre

degli occhi di Dio.

Un volo annunciato,

un’emozione sensibile,

incontrollabile nella gloria

di Colui che ci ha mostrato la via,

la via da percorrere

nel meditare la Sua croce.

Lassù,

nel cielo rosso,

dove tutto sa tanto d’abbandono,

si consuma tutta l’ingiustizia dei popoli,

tutto il sudore

e il sangue di ogni giorno.

Gesù muore ogni giorno,

ma è sempre vittorioso;

il suo bel viso,

la sua moralità

che tanto hanno scandalizzato

cuori impietriti,

un viso che si fa conoscere

piano piano,

glorioso nella nascita

dei nostri cuori risorti

ogni secondo,

per mezzo Suo.

Lassù, dove ricordo,

l’ho seguito con la mente

mentre cadeva,

mentre lo ferivano,

mentre Maria moriva

in piedi,

ritta come il grano secco

prima d’essere ridotto a fumo:

distrutta,

distrutta ma mai disperata.

Quel grano che è tornato

a germogliare,

a farsi sentire,

aspetta solo che noi

lo cogliamo con la nostra

mano semplice.

Se Dio vuole,

lassù,

ci saranno sempre nuove emozioni,

anche se resta sempre

lo stesso monito:

l’alba non deve essere rossa

prima di lasciar spazio al crepuscolo,

ma del colore più chiaro

del cielo,

a cui segua

la notte più limpida che esista.

Poesia tratta dai quaderni di poesia “Il Calamaio 2016”,  edito da Book Editore, 2016.



ATTENZIONE: le poesie illustrate sono tutte protette dal copyright dell’autrice e delle rispettive case editrici. Ogni violazione di tale copyright, ossia plagio o utilizzo non autorizzato, sarà perseguibile (copyright 2007-2016).

*Un grazie particolare alle case editrici Montedit, Ibiskos Ulivieri, Book Editore e Edizioni Helicon.